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L’altro

Definire chi sia l’altro in un contesto di tensione ideologica e geografica come quello della Guerra fredda, è un esercizio di complessità. L’altro può assumere molteplici identità: è il nemico geopolitico distante, simboleggiato dall’orso russo; è il vicino di oltre confine, percepito con sospetto o, al contrario, vissuto come parente stretto; o è persino il commilitone, che pur condividendo la divisa, parla una lingua diversa. La risposta a questa domanda non è né semplice né scontata, variando a seconda della prospettiva geografica, dell’ideologia e del ruolo militare ricoperto. In questo percorso, vediamo come l’altro è stato percepito da coloro che hanno indossato una divisa italiana o jugoslava, ascoltando la voce di chi ha vissuto in prima persona queste realtà ambigue e spesso contraddittorie.

Il nemico è invisibile e distante

Per i militari italiani stanziati lontano dal confine la minaccia dell’altro era spesso astratta, una pressione invisibile e lontana che poteva tradursi occasionalmente in momenti di allerta estrema. Durante la crisi di Cuba, ad esempio, i soldati furono sottoposti a un notevole grado di tensione: vennero distribuite armi e munizioni, si dovette dormire vestiti, e tutti i mezzi erano pronti in piazza d’armi per un’uscita immediata. L’altro, in questo contesto, era una forza d’invasione al tempo stesso potenziale e massiccia, un nemico globale invisibile, ma incombente.

A contatto diretto con i sovietici

Se per alcuni la minaccia era distante, per altri, specialmente nel contesto marittimo, l’altro era un bersaglio fisico e ben definito. Il compito principale degli equipaggi italiani era sorvegliare e tenere sotto controllo tutte le attività sovietiche nel Mediterraneo; Il contatto con l’altro era diretto e teso.

Il pericolo immediato non viene da Oriente

Per la truppa e gli ufficiali di leva, l’eventualità che un’aggressione proveniente da est potesse concretizzarsi era spesso vista come qualcosa di molto distante. Al contrario, le tensioni degli anni Sessanta in Alto Adige/Südtirol costituivano una realtà molto più tangibile: i soldati inviati in quel territorio percepivano un clima teso, la minaccia era ritenuta immediata e i rapporti con i civili rimanevano algidi.

E oltre confine? La testimonianza di un ultracentenario

La storia di Franc Primožič rivela la natura mutevole e spesso forzata dell’identità militare di confine. Dopo aver partecipato alla Seconda guerra mondiale con l’esercito tedesco e poi russo, Primožič arrivò a Trieste nel maggio 1945 con i carri armati della II Brigata corazzata jugoslava. Le sue vicende militari però continuarono anche nei primissimi anni della Guerra fredda, e proprio a ridosso del confine con l’Italia.

La questione del confine per chi sul confine ci è nato

Per un triestino come Maurizio Berquier, la questione del confine era vissuta in modo molto diverso rispetto ai commilitoni del resto d’Italia. Per alcuni di questi, ad esempio, era strano che una parte della famiglia di Berquier potesse vivere al di là della frontiera. Emerge qui la discrepanza esistente tra una realtà locale caratterizzata sì da contrapposizioni, ma anche da una grande permeabilità transfrontaliera, e una visione del concetto di confine ben più rigida e schematica.

Pattugliando il confine alle spalle di Trieste

In un reparto a reclutamento prevalentemente locale e dislocato in una realtà territoriale come quella triestina, l’alterità si poteva incontrare, oltre che tra la popolazione dei paesi situati lungo il confine, anche tra i propri stessi commilitoni. La situazione era complessa e presentava varie sfaccettature. Emblematica a tal riguardo è la testimonianza di Pierpaolo Donvito, triestino di lingua italiana, nel cui reparto prestavano servizio anche ragazzi di lingua e cultura slovena.

Sorvegliare il confine affinché nessuno scappi

Il compito principale dei reparti confinari jugoslavi non era tanto quello di impedire a un esercito straniero di entrare nel paese, quanto quello di evitare che qualcuno lasciasse clandestinamente la Jugoslavia. In questa prospettiva, l’altro non era solo la controparte italiana, impersonata dai soldati che si potevano incontrare o vedere durante il servizio di pattuglia, ma anche l’aspirante fuggitivo, spesso proveniente da altri paesi, che oltre il confine cercava condizioni di vita migliori.

Conclusioni

Questo percorso narrativo mostra come l’identità dell’altro durante la Guerra fredda fosse un concetto mobile, che mutava radicalmente in base al punto di osservazione.
L’esperienza collettiva di chi ha indossato la divisa somiglia così a un mosaico spezzettato, dove i tasselli della stessa realtà geografica (il confine orientale italiano) vengono ricomposti in immagini diverse e persino contraddittorie a seconda dell’osservatore, sulla base della maggiore o minore prossimità fisica rispetto alla frontiera, delle proprie paure o preconcetti ideologici e della propria identità culturale e linguistica.

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