Durante la Guerra fredda, la vita militare nel Corpo degli alpini era fatta di compiti, fatiche quotidiane e ruoli molto diversi tra loro. Ogni incarico — dal conducente di muli al pioniere, dal mortaista all’istruttore — contribuiva a far girare un ingranaggio complesso, in cui disciplina, spirito di corpo e adattamento erano fondamentali.
Attraverso le testimonianze dei protagonisti, questa sezione racconta la varietà degli incarichi che animavano i reparti alpini: un mosaico di esperienze che unisce la forza della tradizione con la modernità di un esercito in evoluzione.
Conducente di muli:
il compagno di fatica
A Tolmezzo, Silvano Castellarin venne assegnato a un ruolo antico e fondamentale: quello di conducente di muli.
Il suo compagno di servizio era il mulo numero 22, chiamato Uccio. A lui spettava la cura quotidiana dell’animale – pulirlo, bardarlo, condurlo durante le marce.
Un incarico non privo di rischi: un calcio improvviso gli ruppe l’ulna, episodio che ricorda come segno della convivenza inevitabile con la forza e l’imprevedibilità di questi animali.
I muli erano destinati a trasportare carichi pesanti: i pezzi di un mortaio da 107 mm – la base, il tubo, la bocca da fuoco – ciascuno di circa un quintale. Senza di loro, l’artiglieria alpina non avrebbe potuto muoversi in montagna.
Mortaisti in quota
Dai conducenti di muli ai mortaisti: il passo successivo è quello raccontato da Elio Ropelato, capo squadra in una compagnia mortai da 120 mm.
Il trasporto dei pezzi – canna, piastra e cavalletto – richiedeva turni serrati tra i sei membri della squadra, soprattutto durante scalate faticose, come quella sul Monte Rest.
L’addestramento culminava nella scuola tiro allo Jôf di Montasio, con colpi veri. Dopo mesi di esercitazioni a vuoto, l’emozione di vedere il proiettile da 120 mm salire in cielo e ricadere sul bersaglio era unica.
Altrettanto cruciale era il compito di verificare le bombe inesplose. Nonostante la durezza delle marce e dei pesi, Ropelato ricorda con piacere quell’esperienza, resa più leggera dai momenti di libertà vissuti tra le montagne del Friuli.
Pionieri: minare e sminare
Il ruolo di pioniere era tra i più delicati e rischiosi. Paolo Marinuzzi racconta l’addestramento all’uso degli esplosivi: dai fumogeni impiegati nelle prime fasi fino alla dinamite, maneggiata in esercitazioni reali come ufficiale istruttore.
Il compito era chiaro: minare, sminare, aprire varchi, far saltare ostacoli. In montagna, a volte, sembrava improbabile pensare a scenari di carri armati, ma la preparazione rimaneva indispensabile. Prudenza, attenzione e consapevolezza del rischio erano parte integrante della missione.
Lo sguardo dalla truppa
L’esperienza di Renato Colussi, alpino semplice, porta dentro la concretezza del lavoro dei pionieri. Il suo incarico era sminare i campi con il tubo Bangalore o con cariche di tritolo.
Il lavoro avveniva sempre in coppia: uno con la miccia e il detonatore, l’altro con l’esplosivo. La miccia, sensibile e fragile, richiedeva estrema cautela.
La procedura era precisa: accendere, contare fino a nove, distendersi pancia in su col fucile accanto, attendere l’esplosione e poi aprire il passaggio agli assaltatori.
Un giorno, una miccia che sembrava spenta esplose all’improvviso: una scheggia lo ferì vicino all’occhio. Nonostante il sangue e lo spavento, Colussi volle continuare, dimostrando quello spirito di corpo che teneva uniti i reparti anche nei momenti più pericolosi.
Tra aspirazioni e realtà
Fabio Tamburin arrivò a Chiusaforte con la prospettiva di diventare alpiere, una specialità cui di solito veniva assegnato chi aveva già esperienza di roccia e di sci. Ma invece di affrontare scalate e corsi in quota, si ritrovò alle prese con la routine del magazziniere.
Il servizio in quella che sembrava una mansione marginale cambiò volto quando, con l’arrivo di un nuovo scaglione, fu richiesta la disponibilità di un istruttore per il CAR avanzato. Nessuno voleva quel compito: Tamburin colse l’occasione e divenne caporale istruttore.
Un incarico che lo appassionò, dandogli la possibilità di misurarsi con responsabilità nuove e di vivere la naja con un ruolo attivo e motivante.
Un incarico speciale
Diversissimo il percorso di Piero Pastorello, che si trovò a servire come ricercatore presso il Centro studi strategici di Roma. Lontano dalle montagne e dalla vita di caserma, la sua esperienza mostra come la leva potesse aprire le porte anche a ruoli intellettuali e di analisi, contribuendo alla riflessione strategica in un’epoca segnata dalla Guerra fredda.
Un mosaico di incarichi
Dalle salmerie con i muli ai mortaisti, dai pionieri con l’esplosivo ai magazzinieri trasformati in istruttori, fino alle esperienze di ricerca e analisi: le testimonianze raccolte compongono un quadro variegato della vita militare nel Corpo degli alpini.
Ogni ruolo, diverso per responsabilità e rischio, era però essenziale al funzionamento del reparto. Antiche tradizioni e incarichi moderni convivevano in un esercito che, in tempo di pace armata, si preparava comunque a ogni evenienza.


