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L’addestramento degli ufficiali

Se l’arruolamento rappresenta l’impatto iniziale con la vita militare, l’addestramento ne costituisce il cuore. Per chi aspirava a diventare ufficiale, significava affrontare mesi di studio, disciplina, prove fisiche e psicologiche che forgiavano non solo il militare, ma soprattutto il futuro leader.

La “settimana di fuoco”

Piero Pastorello ricorda i primi giorni alla Scuola di artiglieria come una vera e propria “settimana di fuoco”. Urla, comandi, corse continue, la regola ferrea di non lasciar cadere mai un proiettile, e la necessità di gridare per farsi sentire sopra il fragore dei cannoni. Una durezza che trovava il suo senso nella sicurezza e nella disciplina indispensabili in un ambiente dove un errore poteva avere conseguenze fatali.

Marce e muli: l’apprendistato alpino

Il racconto di Mauro Depetroni aggiunge un tassello importante a questo percorso: l’addestramento specifico degli ufficiali delle truppe alpine. Oltre alle marce, bisognava imparare a gestire i muli, compagni indispensabili nelle salmerie. Prendersi cura dell’animale, bardarlo, caricare il basto: tutto faceva parte della formazione, perché all’epoca la funzione del someggio era ancora vitale. Un addestramento che oggi può sembrare lontano, ma che allora era fondamentale per garantire la logistica e la mobilità in montagna.

Vivere come gli Alpini

Fabio Ortolani, classe 1944, racconta il periodo da sergente AUC: quattro mesi vissuti fianco a fianco con gli alpini, condividendo zaino, marce, fatiche e la vita in distaccamento. Un addestramento che annullava la distanza tra truppa e ufficiali, fondato sulla condivisione e sullo spirito di corpo, in cui la montagna era la vera palestra di resistenza.

L’Accademia navale di Livorno

Sergio Kocevar ci porta dentro l’Accademia navale: corridoi lucidi percorsi di corsa, studio costante, disciplina rigorosa. Le punizioni, dai “giri di barra” sul brigantino ai “giri del piazzale”, fino ai giorni di prigione interna, erano parte integrante della formazione. Lo studio, lo sport (soprattutto la vela) e la selezione continua segnavano un percorso dove solo i più determinati arrivavano al traguardo.

Il corso piloti

Il racconto di Antonio Cattarini apre uno squarcio sull’addestramento d’élite dei piloti della Marina. Nel 1970, alla scuola di volo di Alghero, iniziò un percorso “scioccante”: su venti allievi solo sei conclusero il corso. I voli su vecchi aerei a elica, difficili e impegnativi, richiedevano precisione assoluta. La metafora rende bene l’idea: volare a elica è come andare a vela, mentre il jet è un motoscafo. Un ambiente meno formale rispetto all’Accademia, ma con istruttori inflessibili nel giudizio tecnico.

Conclusioni

Queste testimonianze ci mostrano un mosaico di esperienze diverse, ma unite da un filo comune: la disciplina, la condivisione, la selezione e la trasformazione personale. L’addestramento non era solo tecnica o teoria, ma una vera prova del fuoco che segnava profondamente chi la viveva, preparando uomini a comandare, a decidere e a resistere alle fatiche e allo stress.

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