Un momento che segna una generazione
Negli anni della Guerra fredda, in Italia, c’era un giorno che cambiava tutto: l’arrivo della cartolina di precetto. Per alcuni era atteso, per altri imprevisto e destabilizzante. La naja non era solo un dovere civico: diventava un tassello in un complesso scenario geopolitico, un passaggio che portava i giovani uomini dalle loro vite civili all’interno delle regole, della disciplina e delle incognite della vita militare.
Scelte e imprevisti
Molti attesero l’arruolamento con un’idea chiara in mente, come Paolo Candotti, che, da socio del Club alpino italiano, chiese – ed ottenne – di entrare nel Corpo degli alpini.
Ma anche chi aveva le idee chiare poteva ritrovarsi in qualche luogo inatteso: anziché essere destinato al CAR dell’Aquila, com’era di prassi per la sua zona di reclutamento, Candotti partì per Cuneo, affrontando il viaggio in treno con curiosità e spirito di adattamento.
Un richiamo inatteso
Per Silvano Castellarin, la chiamata arrivò mentre si trovava in Francia come emigrante. Un rientro precipitato in Italia, un lungo viaggio verso Bassano del Grappa e lo spaesamento dei primi giorni in caserma.
Crescere nell’ambiente militare
Altri, come Manlio Princi, avevano respirato l’aria della caserma fin da piccoli, grazie a una famiglia di militari. Per lui, la scelta di diventare ufficiale di complemento negli alpini fu naturale, e l’ingresso in caserma non portò scosse.
Dalla scuola all’Accademia
C’era poi chi, come Sergio Kocevar, arrivava all’arruolamento con un percorso di studi mirato. Dopo le selezioni alla Spezia, un telegramma lo chiamò all’Accademia navale di Livorno, dove le regole cominciavano già dal taglio dei capelli.
Il peso della storia
Per Fabio Ortolani, nato e cresciuto a Trieste negli anni del dopoguerra, il servizio militare era un dovere patriottico. La vicinanza alla “cortina di ferro” e il clima familiare permeato di amor patrio influenzarono profondamente la sua scelta di diventare ufficiale di complemento.
Le ultime leve della Guerra fredda
Anche nella parte finale di quel periodo storico, come racconta Piero Pastorello, la passione per le forze armate poteva spingere ad effettuare il servizio militare come ufficiale di complemento, anche se le assegnazioni non sempre coincidevano con le preferenze, e potevano riservare qualche sorpresa.
Percorsi inattesi
Infine, c’è chi come Domenico Stifanich si trovò a cambiare forza armata per motivi burocratici, passando dalla Marina all’Esercito e attraversando l’Italia da Trapani al Friuli, con l’inevitabile incontro con i cosiddetti “nonni” di reggimento.
Un mosaico di esperienze
Le storie di questi uomini compongono un quadro variegato dell’arruolamento in Italia negli anni della Guerra fredda. C’è chi scelse e chi subì, chi si sentì pronto e chi fu colto alla sprovvista. In tutti i casi, la cartolina segnò l’inizio di un percorso che allontanava da casa, metteva alla prova e lasciava un segno profondo nella memoria.


